Niente teste di cazzo
- Niente teste di cazzo è un libro che ci accompagna nel mondo della nazionale di rugby Neozelandese, gli All Blacks
- Lezioni e principi che possiamo applicare alla nostra vita
- Non sentirti mai troppo grande per fare le cose piccole
Trascrizione del podcast
Immagina di trovarti davanti a quindici energumeni, con gli occhi iniettati di sangue, la divisa nera tesa sui muscoli, i piedi battono all’unisono e urlano parole incomprensibili.
Ti fissano come se volessero strapparti il cuore e poi mangiarselo. La terra trema. Un rituale. Una danza tribale. Si chiama haka. I Māori credono che trascini i loro antenati sulla terra: li evoca, li raduna, li chiama a sostenere la squadra nel momento dello sforzo.
Sommario
Non sentirti mai troppo grande per fare le cose piccole
Di fronte a te non ci sono solo quindici giocatori di rugby: c’è un popolo intero che ti viene addosso. Una cultura che grida: “Questa è casa nostra. Qui non passi.”
La partita finisce, anzi, la guerra. Perché è questo che è: una battaglia feroce, placcaggi, sangue e fango ovunque. Lo stadio esplode, i giornalisti preparano gli articoli. La vittoria, ancora una volta, è stata raggiunta.
La gente esce dagli spalti e gli spogliatoi cominciano a svuotarsi. Restano solo loro: gli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese. E quando ti aspetteresti birra, urla, arroganza, telefonini, succede qualcosa di strano.
Il capitano – il leader, l’eroe nazionale – prende in mano una scopa. Un veterano lo imita. E in silenzio, senza telecamere, cominciano a ramazzare il pavimento, a raccogliere bende sporche, nastro adesivo, pezzi di fango. Spazzano via il caos che hanno lasciato. Nessuno li applaude, nessuno posta il video su Instagram. Nessuno li vede.
Spazza gli spogliatoi
Loro lo chiamano “sweep the sheds”: spazzare gli spogliatoi.
Gli stessi uomini che ti hanno quasi fatto a pezzi in campo ora stanno pulendo il pavimento. Ed è da questa prima lezione che parte Niente teste di cazzo, il libro di James Kerr sugli All Blacks. La traduzione italiana è pensata per vendere, è vero che un capitolo parla di questo, ma il titolo originale è Legacy: eredità, lascito. Se leggerete il libro capirete subito che il titolo inglese trasmette meglio i contenuti del testo.
Benvenuti a Libri per il Successo, crescita personale da strada, episodio 107. Un podcast di Davide Mastrosimone.
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Perché una squadra di rugby dall’altra parte del mondo dovrebbe interessarti?
Cosa fanno gli All Blacks che le altre squadre non fanno?
Perché hanno un tasso di vittoria dell’86%? È un dato pazzesco.
A lezione di leadership dall’altra parte del mondo
Gli All Blacks non sono semplicemente una squadra di rugby. Sono un laboratorio vivente di leadership, cultura e trasformazione personale. E molte delle loro scoperte possono essere applicate alla tua vita. Il libro è un viaggio tra quindici principi e concetti, tuttavia trovo che alcuni di essi siano più interessanti di altri per noi come individui, questo è un testo che parla di una squadra, di un sistema, e alcuni di questi concetti sono relazionati con un gruppo di persone che ha uno scopo comune, ho scelto quelli che invece possono essere utili a noi come persone.
Le squadre rivali, quando si trovano davanti agli All Blacks durante la haka, reagiscono in modi diversi: alcuni provano a ignorarla, altri avanzano verso di loro, la maggior parte resta spalla contro spalla. Tuttavia, qualunque sia la loro reazione, sanno di trovarsi davanti a qualcosa di più di un gruppo di giocatori. E spesso, quando la haka raggiunge il suo apice, hanno già perso.
Nello sport, nella vita, nella carriera, le partite si giocano prima di tutto nella testa.
E nella testa di un All Black succedono molte cose. La prima è questa: si sentono parte di qualcosa più grande di loro. E quando accade questo, l’ego, il protagonismo personale, l’individualità si mettono da parte. Conta la missione. Conta la maglia.
Per vincere serve talento. Per ripetersi ci vuole carattere. E gli uomini che hanno il privilegio di far parte di questo gruppo di carattere ne hanno tanto.
Ethos è la parola greca che significa carattere, ha la stessa radice di etica, e non è un caso. Indica l’insieme di convinzioni, principi, valori. È il modo in cui fai le cose, il modo in cui vivi. È più importante del talento.
Una cultura basata sulle domande
Gli All Blacks si conoscono. Sanno chi sono, sanno cosa fare e cosa devono migliorare. Il loro vantaggio competitivo non nasce dal numero di giocatori – l’Inghilterra ne ha molti di più – non nasce dalla diversità etnica – il primo giocatore di etnia polinesiana fu Bryan Williams nel 1970, e gli All Blacks erano già la squadra più forte del mondo. Non nasce nemmeno dalle infrastrutture.
Il punto è un altro: essere un All Black significa diventare l’araldo di una cultura. Il tuo compito è lasciare la maglia in un posto migliore di come l’hai trovata. E questo accade solo se ti conosci.
Gli allenatori degli All Blacks, invece di impartire lezioni, fanno domande. Una cultura basata sulle domande ti porta a conoscerti. Solo conoscendo te stesso puoi diventare un leader. Questo è il loro vantaggio competitivo.
Si fanno le domande giuste. Hanno l’umiltà di farsele.
L’umiltà è profondamente radicata nella cultura Māori: ergersi al di sopra degli altri è visto come un atteggiamento fastidioso. Lo smargiasso, il prepotente, il cazzaro, l’arrogante: in quella cultura non hanno spazio. Chiedersi “come posso fare meglio?” è un atto di umiltà. E ha molto a che fare con il prendere la scopa dopo una vittoria e pulire lo spogliatoio.
Non sentirti mai troppo grande per fare cose piccole.
Darwin disse: non è la specie più forte a sopravvivere né quella più intelligente, ma quella che reagisce meglio al cambiamento. La nostra esistenza è ciclica: abbiamo una fase di apprendimento dove le performance non sono delle migliori perché stiamo sperimentando, poi cominciamo a interiorizzare e diventare ciò che impariamo e comincia la fase di crescita e arriva il successo, le lodi, le lusinghe. È proprio in questo momento, quando ci sentiamo arrivati, che inizia il declino. Ci guardiamo allo specchio e capiamo che stiamo cadendo. Il segreto è cambiare gioco quando sei sulla cresta dell’onda. Così oscilli sempre tra apprendimento e crescita. È l’essenza del concetto giapponese di Kaizen: miglioramento continuo.
Adattarsi non è una reazione: è un’azione continua, pianificata, che produce risposte. È una scelta.
10 cose in 100 giorni
Puoi sempre migliorare qualcosa, anche di minuscolo. C’è un esercizio nel capitolo dedicato a questo: si chiama 10 cose in 100 giorni. Prendi un foglio A4 e una penna. Scrivi 10 obiettivi o aspetti da migliorare nei prossimi 100 giorni. Ogni obiettivo deve iniziare con un verbo, deve essere misurabile. Ogni venerdì mattina riguardi la lista. Alla fine dei 100 giorni, li devi aver spuntati tutti.
Trova aspetti del tuo lavoro, del tuo progetto, del tuo allenamento della tua formazione della tua relazione con qualcuno, aspetti apparentemente irrilevanti, e migliorali anche di poco. È un esercizio trascendentale: ti apre una porta sulla filosofia che gli All Blacks applicano da sempre per non precipitare nel baratro. E si riassume così.
Quando sei in vantaggio, cambia gioco.
L’eccellenza è un processo fatto di un apprendimento cumulativo, e di miglioramento marginale. Tutti gli sportivi si allenano molto di più di quanto non giochino. Tu pensa a un centometrista, che si allena 4 anni tutti i giorni aspettando un olimpiade per uno sprint di 9/10 secondi.
Eppure l’allenamento non è una questione solo per chi fa sport. Tutti i combattimenti si vincono o si perdono dietro le quinte, in palestra, in quello che mangi o che leggi, nelle persone che frequenti, la capacità di padroneggiare qualsiasi attività si raggiunge allenandosi intensamente.
La preparazione è un muro portante di qualunque attività. Io personalmente mi rendo conto ogni volta che la mia preparazione non è sufficiente. O quando avrei potuto prepararmi meglio, è una sensazione strana è come giocare una partitA per vincere o giocare una partita per non perdere. Ce una differenza sostanziale. Quando devo dedicarmi a un attività e ho la mentalità di non perdere faccio una preparazione diversa da quando invece ho il tempo lo spazio e la volontà di prepararmi per vincere. Metaforicamente. Mi accorgo tra l’altro che quando dico la frase, dai, va bene cosi, dai su è sufficiente, cosi basta fermiamoci, di solito è proprio in quel punto che poi crolla la performance, che viene fuori qualcosa di mediocre piuttosto che di eccellente. se avessi spinto leggermente di più avrei vinto, io lo sento quando sono pronto e sento anche quando non lo sono, è credo che la stessa cosa succeda a voi, serve giusto un pizzico di onestà con se stessi per capirlo.
Non punire chi sbaglia, punisci chi non impara
Gli All Blacks non puniscono chi sbaglia: puniscono chi non impara. Chi non si allena. Ogni settimana fanno sessioni di confronti brutali, onesti, diretti. Nessuno è troppo importante per non ricevere feedback. Nessuno è troppo fragile per non accettarlo. Nessuno è troppo esperto per non migliorare. La cultura dell’apprendimento e dell’allenamento è fatta di due elementi: vulnerabilità e disciplina. Vulnerabilità per dire “non so”, “aiutami”, “spiegami”, “mostrami”. Disciplina per riprovare, correggere, aggiustare, migliorare. È la cultura dove ogni persona capisce che non conta quanto hai fatto finora, ma quanto sei disposto a imparare ancora.
Il tuo livello non riguarda l’evento o momento che devi affrontare, ma ha molto a che fare con la tua preparazione. Sei li davanti a quell’istante importante, e tutto quello che hai fatto in passato e quello che rappresenti non è abbastanza per affrontare nel migliore dei modi la sfida che hai davanti, quello che conta è come ti prepari.
Ed è per questo che si allenano come se ogni seduta fosse una finale. In maniera forsennata. Preparazione, feedback, revisione, adattamento. Sempre. Questa è la differenza tra chi cresce e chi si ferma. Tra chi si evolve e chi decade. Tra chi migliora e chi inizia lentamente a spegnersi senza accorgersene.
Scegli se vuoi giocare per vincere o giocare per non perdere
C’è un momento, nella carriera di ogni All Black, in cui capisci davvero cosa significa indossare quella maglia. Succede in uno spogliatoio vuoto, protetto da occhi indiscreti. Un giocatore veterano prende da parte il nuovo arrivato, gli mette una mano sulla spalla e gli consegna per la prima volta la maglia nera.
Gli dice una sola frase: “Questa maglia non è tua. Ti è stata affidata.”
In quell’istante tutto cambia. Perché capisci che non stai entrando in una squadra: stai entrando in una storia. Una storia di cento anni, fatta di uomini che hanno sanguinato su quel campo, di famiglie che hanno pianto, di generazioni che hanno costruito un’identità. Tu non sei il proprietario della maglia. Sei solo il custode momentaneo, il corpo che oggi la indossa. Ma soprattutto che domani la deve restituire e lasciare in un posto migliore di come l’ha trovata.
E questo cambia il modo in cui ti alleni, il modo in cui giochi, il modo in cui ti comporti, il modo in cui vivi.
Quando sai che qualcosa non ti appartiene davvero, la tratti meglio.
Con più rispetto.Con più attenzione.Con più umiltà.
L’eredità – legacy (il titolo del libro) – non è una vittoria, non è un trofeo, non è un applauso. Non è vincere il mondiale. È l’effetto che lasci quando te ne vai. È il modo in cui le persone parlano di te quando non sei nella stanza.
Ed è incredibile come questo principio valga per tutti, non solo per una squadra di rugby. La tua relazione sentimentale è una maglia.
Il tuo lavoro è una maglia. Il tuo corpo è una maglia.
Persino la tua giornata è una maglia: ti viene affidata e quando termina la devi restituire.
E allora la domanda diventa semplice, brutale, inevitabile:
la stai lasciando meglio di come l’hai trovata?
Il lascito si costruisce tutti i giorni. Nei dettagli invisibili. Nei gesti piccoli.
Nel modo in cui parli. Nel modo in cui ascolti.
Nel modo in cui ti comporti quando nessuno guarda.
Nel modo in cui affronti una sconfitta, nel modo in cui celebri una vittoria, nel modo in cui ti rialzi ogni volta che cadi.
Inizia a piantare alberi sotto cui non siederai mai
Fermati un secondo a riflettere. Perché tutto quello che hai ascoltato non riguarda il rugby. Riguarda te.
Gli All Blacks hanno la haka, la maglia, la storia, la pressione di un Paese intero. Tu magari hai una scrivania, un negozio, una palestra, una famiglia, un progetto che ti stai portando dietro da mesi, forse da anni. Ma il meccanismo è identico: le partite più importanti non si giocano quando ti guardano, si giocano quando potresti mollare e invece scegli di andare avanti. Quando potresti fare il minimo sindacale e invece fai quell’extra. Quando potresti cercare scuse e invece ti prendi la responsabilità. Quando potresti restare lo stesso e invece decidi di cambiare gioco proprio mentre sei in vantaggio.
Ti lascio con tre domande, semplici ma scomode:
Cosa potresti migliorare anche di poco?
Che tipo di persona stai diventando mentre insegui i tuoi obiettivi, se non ti piace quella persona cambia obiettivo?
Ma soprattutto, stai giocando per vincere o stai giocando per non perdere?
Grazie
2 risposte
Bravissimo Davide, li ho sentiti tutti… alcuni due volte. Continua così!
Andrea, ne sono lusingato!