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Autentico #110

Sommario

Autentico

  • Paul Van Doren, fondatore del marchio di scarpe Vans si racconta nel suo libro autobiografico intitolato – Autentico
  • Nel suo racconto si evincono degli insegnamenti applicabili alla vita di ognuno di noi
  • Uno su tutti, mai rincorrere un piccione, e scoprirai nel podcast cosa significa

Trascrizione del podcast

Mi trovavo libreria, e come spesso accade gironzolo per gli scafali alla ricerca di qualche testo. Ogni tanto mi lascio trasportare dall’istinto.

L’occhio mi cade su un libro con la copertina tutta nera, una scritta in rosso che dice – autentico- e un paio di scarpe nel mezzo. Era l’autobiografia di Paul van Doren, non lo avevo mai sentito, il fondatore della marca di scarpe VANS, scarpe che trovo stupende. 

Lo apro. Lo sfoglio, guardo l’indice e mi soffermo sulle prime pagine dove trovo una storia che mi convince a comprarlo. Ve la racconto. 

Un inverno gelato a Boston

Siamo a Boston, durante un inverno gelido, sono gli anni 40, e Paul il protagonista di questa storia ha solo sedici anni. Ma già lavora da tempo, e per la prima volta ha l’opportunità di prendere parte a una fiera del settore,  ci va con quello che all’epoca era il suo mentore, il suo eroe, Bob Cohen, il figlio del proprietario della fabbrica di scarpe dove lavorava. La Randolph Rubber Company, da tuti conosciuta come Randy’s. 

Paul prova ammirazione, stima, affetto per Bob, in quel momento era l’uomo più intelligente che avesse mai incontrato. Ma succede una cosa, che è la prima lezione che tiro fuori da questo libro.

Dopo la fiera, fuori dall’hotel, Bob sta intrattenendo una conversazione con un importante acquirente chiamato Herry. Questo tizio rappresentava il 50% del business totale di Randy’s,  ed era completamente ubriaco, a un certo punto  si mette di fronte a Bob e biascicando gli dice – voglio che tu mi vada a catturare un piccione- 

Bob mostra resistenza, gli dice, dai su andiamo facciamo qualcos’altro, ma quello insiste, serio, aggressivo, prepotente e gli rinnova l’ordine- catturami un cazzo piccione- 

Poco dopo, Paul il nostro protagonista, appoggiato a un lampione è completamente disgustato dalla scena che sta vedendo, il suo eroe ben vestito con un doppio petto, si mette a rincorrere i piccioni inciampando sui propri passi , mentre un acquirente ubriaco se la ride godendo della sua posizione di potere. 

Paul è un ragazzino, non sa ancora elaborare e articolare perfettamente quello che sta succedendo, tuttavia nelle sue viscere sente disgusto e promette a se stesso che nessun lavoro, nessuna persona, nessuna cifra potrà mai valere la sua integrità. 

Mai rincorrere un piccione

Benvenuti a Libri per il successo- crescita personale da strada. Un podcast di Davide Mastrosimone. Episodio 110, dedicato al libro AUTENTICO, di Paul Van Doren. Mi trovate sul sito www.libriperilsuccesso.com se ci andate scoprite tutto quello che faccio. 

Quanto vale la tua dignità, la tua integrità? 

A volte il bisogno di compiacere diventa talmente urgente che finisce per mettersi davanti a qualunque cosa, compresa la tua dignità. E questo può succede a chiunque, persone brillanti, persone che ammiri, persone intelligenti. Bob era un uomo intelligente, competente, rispettato. Non era un codardo, semplicemente era finito in una trappola, in una gabbia, che si costruisce lentamente a volte senza manco accorgertene. 

Si chiama dipendenza. Quando una relazione, un cliente, un contratto, un lavoro diventa talmente importante nei tuoi schemi che non puoi fare altrimenti. Smetti di essere libero. 

Quante volte ti è capitato? Non ce bisogno di rincorrere un piccione per capire cosa intendo, magari hai tenuto la bocca chiusa in una riunione per non scontentar qualcuno, o hai accettato condizioni che non accetteresti mai, perché non puoi permetterti di perdere quel lavoro, magari sorridi a qualcuno che non ti rispetta, perché ne hai bisogno. 

Ognuno di noi ha il suo piccione da rincorrere, la domanda non è se ti capiterà- la domanda è quando ti capiterà cosa farai?

io col cazzo che rincorro il piccione.

Un uomo che sapeva risolvere problemi

Paul Van Doren nasce a Boston nel 1930, da una famiglia operaia, umile. La sua infanzia scorre durante la grande depressione. Da bambino non capisce di cosa si tratta, lui è felice con poco. Una piccola casa per sette persone, il bagno fuori, l’acqua calda scaldata in una bacinella.  

All’età di 14 anni lascia la scuola. Non lo fa perché è un perdigiorno, ha una mente privilegiata, matematica, analitica. Il suo talento naturale che viene fuori in diversi capitoli della sua vita è quello di risolvere problemi complessi. Di creare strutture e sistemi. 

Inizia a lavorare per Randy’s come tutto fare, quello che veniva chiamato – service boy-il gradino più basso nella gerarchia della fabbrica. Da Randy’s ci rimane vent’anni. 

Piccola parentesi, vent’anni amici. La pazienza se volete crescere come professionisti, come persone, è necessaria. Non esistono scorciatoie, siamo circondati da canti delle sirene ma ce da tapparsi le orecchie e andare avanti con il percorso, con il processo. 

In un mondo dove tutto avviene subito, dal chiamare del cibo a casa, da farsi inviare un prodotto in giornata, dove un balletto su un social ti porta senza sforzo dieci mila like, tappatevi le orecchie, per crescere, per evolvere, serve esperienza, tempo, cadute, sudore, saltare quando nessuno lo farebbe e rialzarsi quando vorreste stare giù. 

Metti le mani nel fango

Il fondatore delle Vans, per 20 anni rimane in una fabbrica ma fa qualcosa che pochi avrebbero fatto, impara tutto.

Mette le mani nel fango. In quei vent’anni Paul impara ogni singolo dettaglio su come si fa una scarpa. Non perché qualcuno glielo chieda ma perché non riesce a stare in un posto senza capirlo a fondo. Questa è una caratteristica rara e preziosa. 

In un azienda è molto difficile trovare persone che hanno una visione olistica di tutto quello che concerne il proprio lavoro. Non lo fa per fare carriera o per ambizione, bensì per pura curiosità. Se capiva tutto poteva fare le cose meglio. 

Puoi trovarti oggi in un lavoro in un azienda, e magari ti sei specializzato nella tua mansione, in quello che serve per portare a casa la pagnotta, ma che succederebbe se con uno spirito di curiosità tu imparassi anche altri aspetti della tua fabbrica, della tua azienda, della tua professione, a parer mio ti catapulteresti immediatamente in un livello diverso dove ce poca concorrenza. Molta poca.

A un certo punto, ormai promosso a supervisore, Paul si accorge che dal magazzino di Randy’s mancano quasi un milione di scarpe. Sparite. Nessuno sa dove cazzo stanno, i conti non tornano, il problema si trascina da mesi. Bob gli dice di non preoccuparsi, che ci stanno lavorando, che non è affar suo. Paul non ci dorme la notte. Va in magazzino di persona, passa giorni a spostare bancali, a seguire il percorso fisico delle scarpe dal momento in cui vengono prodotte a quello in cui dovrebbero essere spedite. Scopre che il problema è banalmente fisico: non c’è spazio per gestire i resi, tutto si accumula in modo caotico, le scarpe si perdono nel disordine. Riorganizza il sistema. In tre mesi il problema è risolto.

Bob non lo ringrazia come uno si aspetterebbe. Ma tra gli operai, tra i lavoratori del magazzino, Paul da quel giorno è qualcuno. Non perché aveva un titolo. 

Non perché aveva dato ordini dal suo ufficio. Ma perché era sceso in campo, aveva vissuto il problema dall’interno, e non era andato via finché non era risolto. 

C’è una differenza enorme tra una persona che capisce cos’è un problema perché glielo ha descritto qualcuno, e uno che lo capisce perché ci ha messo le mani dentro.

L’autorità, quella vera, quella che le persone riconoscono senza che tu debba chiederla, non nasce dal titolo che hai. Nasce dalla competenza, dalla disponibilità di metter mano ai problemi, dalla credibilità che costruisci nel tempo facendo cose che altri preferiscono non fare. Paul non gestiva le persone — lavorava con loro.

Uno lo sente se chi ha davanti certe cose le ha vissute, le ha fatte e le ha capite. 

Metti le mani nel fango, in qualunque cosa fai. E se non lo stai facendo, comincia a farlo. 

Il salto e la fondazione del marchio Vans

Nei vent’anni che passa da  Randy’s. Paul sale di grado, diventa supervisore prima e vicepresidente dello stabilimento californiano dopo. Ma soprattutto diventa l’uomo più competente che quella fabbrica abbia mai avuto.

A un certo punto la dirigenza comincia a promuove le persone sbagliate.

Non quelli che lavorano meglio. Quelli che stanno più simpatici a chi comanda. Quelli che non fanno domande scomode, che non entrano in magazzino di notte a trovare un milione di scarpe sparite, che non fanno sentire in imbarazzo i superiori con la loro incompetenza. 

Paul fa le sue osservazioni. Propone soluzioni. Non viene ascoltato. Paul non rincorre piccioni; è un tipo saggio, calmo, riflessivo. Non fa scenate, non manda tutti a fanculo. Aspetta. Osserva. E quando capisce con certezza che quello non è più il posto in cui vuole stare, si dimette. Con la stessa calma con cui aveva fatto tutto il resto.

Quante volte diciamo a noi stessi — appena posso me ne vado, non vedo l’ora di mollare tutto, un giorno cambio vita. E quel giorno non arriva mai. Perché c’è sempre un motivo per aspettare ancora un po’. Lo stipendio sicuro, il mutuo, i figli, la pensione. Aspetto che il momento sia perfetto. Aspetto che le condizioni siano giuste. Le condizioni giuste non esistono. Arriva solo un punto in cui hai abbastanza chiarezza su chi sei e abbastanza coraggio e fiducia da scommettere su te stesso. 

Paul si dimette con quarantadue anni. Non era un ragazzino senza responsabilità. Aveva una famiglia, aveva una vita costruita. E ha comunque scommesso. Con il fratello Jimmy, un amico di nome Serge D’Elia e un altro socio, Gordon Lee, affitta un capannone in California.

Compra macchinari usati — macchinari che conosce così bene da poterli smontare e rimontare da solo. Assume un piccolo gruppo di persone. E il 16 marzo 1966 apre le porte della Van Doren Rubber Company. 

Lo fa in un modo rivoluzionario, è il primo al mondo a mettere in atto un modello del genere nel settore delle scarpe. L’idea è semplice. Produrre le scarpe nel retro del negozio e venderle direttamente al pubblico. Niente grossisti. Niente intermediari. Niente nel mezzo. 

Il primo giorno aprono senza avere scarpe finite sugli scaffali. Solo scatole. Dodici persone entrano, scelgono modello e colore, comprano. Tornano nel pomeriggio. Le scarpe ci sono. La settimana dopo tutti e dodici, tornano al negozio e ognuno porta qualcuno con sé. 

Non aveva un piano marketing. Non aveva un budget per la comunicazione. Aveva un cartello in vetrina scritto a mano — se ti piacciono le nostre scarpe dillo a un amico, se non ti piacciono dillo a noi. Tutto qui. 

Ma sapete cosa aveva Paul? 

Conosceva le scarpe meglio di chiunque altro sul mercato. Sapeva esattamente perché le sue erano migliori — la suola a diamante, doppio spessore, le cuciture più robuste, i materiali scelti senza compromessi. 

Non stava vendendo una promessa. Stava vendendo qualcosa che conosceva nel profondo, che aveva costruito con le mani, di cui era certo. E quella certezza tecnica guadagnata nel tempo — è la cosa che le persone sentono quando parlate di quello che fate. Sentono se lo sapete davvero o se state recitando. 

Quando scommettete sul vostro progetto, sulla vostra idea, sulla vostra professione — lo fate perché ci credete davvero o perché sperate che vada bene? 

Perché tra crederci e sperarci c’è esattamente la differenza tra Paul Van Doren che apre un negozio senza scarpe in vetrina ed è tranquillo, e tutti gli altri che aprono qualcosa incrociando le dita.

Scommetti su quello che conosci così bene da non aver bisogno di fortuna. Soprattutto scommetti su di te, perché se non lo fai tu, non puoi aspettarti che lo facciamo gli altri. 

Piuttosto aspetta un pò di tempo, fino a quando dentro di te senti che è arrivato il momento di saltare, Van Doren ha aspettato vent’anni. 

Gli Z-Boys, i ragazzi di Dogtown

Per capire quello che sta per succedere a Vans, serve che ci trasportiamo nella California degli anni Settanta. La California vera — i quartieri di Santa Monica e Venice, quelli che chiamavano Dogtown. 

Strade consumate, piscine abbandonate, ragazzi che non avevano molto da perdere e tutta l’energia del mondo da spendere.

In quegli anni la California attraversava una siccità devastante. Era pieno di piscine rimaste vuote, abbandonate dai proprietari che non potevano più permettersi di riempirle. 

E un gruppo di ragazzi — quindici, sedici, diciassette anni — ci vede qualcosa che nessun adulto avrebbe mai visto. Ci vede una rampa.

Si chiamavano  Z-Boys. I ragazzi di Dogtown. Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams, una manciata di altri. Trovate anche un film su questi adolescenti. Entravano di notte nelle proprietà abbandonate, svuotavano la poca acqua residua rimasta nella piscina con delle pompe improvvisate, e ci andavano con lo Skateboard dentro. 

I surfisti hanno inventato lo skateboard, era un modo di allenarsi quando non potevano andare a cavalcare le onde. E gli Z- Boys portarono la logica dell’onda sulla superficie rigida del cemento. Erano creativi e anarchici ribelli. Le istituzioni sportive dell’epoca non sapevano come classificarli, quindi facevano la cosa più comoda — li ignorarono.

Ma chi li vedeva in azione capiva immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di differente. C’era una qualità nell’attenzione che mettevano in quello che facevano — una presenza totale, una serietà assoluta mascherata da noncuranza.

E tutti loro indossavano Vans.

Non perché Vans li pagasse. Non esisteva nessun contratto, nessun accordo, nessun budget. Le indossavano perché funzionavano. La suola piatta in gomma teneva la tavola meglio di qualsiasi altra scarpa sportiva disponibile sul mercato. Il tessuto canvas resisteva all’abrasione dell’asfalto. Reggevano.

E poi c’era un dettaglio. Una cosa piccola, quasi invisibile, che però racconta tutto di come ragionava Paul Van Doren. Vans era l’unica azienda al mondo che vendeva scarpe singole. Gli skater consumano sempre lo stesso lato — il piede che frena sulla tavola si usura molto prima dell’altro — e comprare un paio intero ogni volta era uno spreco che quei ragazzi non potevano permettersi. Paul lo aveva capito, e aveva semplicemente detto sì. Senza una riunione. Senza analisi di mercato. Il cliente aveva un bisogno concreto, lui aveva la risposta concreta. Fine.

Questa cosa mi colpisce molto. Perché è esattamente l’opposto di come molte aziende si avvicinano ai loro clienti. Normalmente si studia il mercato, si segmenta il pubblico, si costruisce una strategia. Paul vedeva una persona davanti a lui con un problema e trovava il modo di risolverlo. E quella semplicità — moltiplicata per anni, per migliaia di interazioni — costruì qualcosa che nessuna strategia avrebbe potuto costruire. La fiducia.

Tony Alva e Stacy Peralta a un certo punto entrano in negozio e iniziano a parlare con Paul. Gli dicono cosa non va, cosa potrebbe funzionare meglio. Da quelle conversazioni nasce il modello Era — una scarpa bassa, con il collare imbottito per proteggere le ossa della caviglia. Costruita insieme a chi quelle scarpe le consumava davvero ogni giorno. Ogni modello è una risposta a un bisogno reale, non a una proiezione di mercato.

E poi arriva il 1982. Il mio anno di nascita. Esce Fast Times at Ridgemont High. In italiano – FUORI DI TESTA- Un film generazionale sull’adolescenza californiana dove uno Sean Penn giovanissimo interpreta il protagonista .. Jeff Spicoli, pigro e iconicamente californiano,  ma che soprattuto indossa per tutto il film le famose slip-on a scacchi di Vans. Nessun accordo commerciale. Nessun assegno. Le portava davvero. E quella scarpa, su quel personaggio, in quel film che una generazione intera guarda e riguarda, diventa qualcosa di più di una scarpa. Diventa un simbolo. Le vendite triplicano in settimane. L’iconico modello di scarpe a scacchi entra nell’immaginario collettivo e non ne esce più.

Ma attenzione. Perché qui c’è la lezione vera, quella che voglio che vi portiate dietro. Vans non aveva conquistato la cultura skate. La cultura skate aveva scelto Vans.

E la differenza tra le due cose è enorme.

Quando un brand cerca di conquistare una community lo fa dall’esterno. Studia, imita, adotta il linguaggio, cerca di sembrare parte di qualcosa di cui è un mero spettatore. E le community vere lo sentono subito. Non lo rifiutano necessariamente, ma lo classificano per quello che è — una mossa commerciale, non un’appartenenza.

Vans non aveva fatto niente di tutto questo. Aveva venduto scarpe singole perché qualcuno ne aveva bisogno. Aveva ascoltato Tony Alva in negozio perché era il modo più ovvio per fare scarpe migliori. Aveva risposto a dei bisogni costruendo qualcosa di irriproducibile.

Conclusione

Quante volte vediamo aziende, professionisti, i creatori di contenuti che cercano disperatamente di entrare in una community, di sembrare parte di qualcosa? Cambiano tono, cambiano estetica, usano le parole giuste, si mettono i vestiti giusti. E si vede. Si vede sempre. Si storpiano, non sono più naturali. 

Quello che insegna questa storia, è che se tu voi creare qualcosa per qualcuno, mettiti su un livello dove puoi servirli, conquistarli è una conseguenza, le persone sul lungo periodo scelgono sempre chi le serve. 

E non ce nemmeno bisogno di essere come loro, servendole, diventi parte della loro vita. 

E credo che questo si vede molto poco e molto raramente, chi crea contenuti soprattuto, se lo facesse per servire la sua comunità, senza chiedere niente in cambio, verrebbe percepito in modo completamente diverso. Per me questa è una lezione di umiltà e profondità che trovo di estremo valore.

6 giorni dopo la pubblicazione di questo libro Van Doren muore. All’età di 90 anni. Non so voi, ma a me sembra una cosa speciale. Come se avesse aspettato di aver detto tutto quello che aveva da dire. Come se il libro fosse l’ultima cosa che doveva fare. Pazzesco. 

Quando ho iniziato 6 anni fa a produrre questo podcast, pensavo esistesse una formula per arrivare a un raggiungimento degli obiettivi a quello che comunemente viene chiamato successo, e più leggi più ti accorgi che non è possibile estrapolarla, ogni storia ha cosi tante variabili, che in alcuni contesti funzionano in alcuni periodi storici funzionano e in altri no. Non ce una formula. Van Doren però dice una cosa stratosferica nel libro, che ci riporta a quell’immagine dove disgustato vede il suo mentore rincorrere un piccione. Essere autentici è la scelta più difficile che possiate fare, ma è anche quella che vi renderà più orgogliosi, più in pace. Ogni passo che fate, ogni scelta, ogni parola detta ma soprattuto non detta, deve essere il riflesso della vostra autenticità, di chi siete, è quella linea sottile tra chi dite di essere e chi siete veramente quando nessuno vi guarda. 

Spero che la prossima volta che qualcuno vi chieda di rincorrere un piccione, non solo sentiate disgusto e vi rifiutate di farlo, come farebbe Paul Van Doren, ma che mandiate pure a fanculo chi ve lo ha chiesto, come fare Mastrosimone.

Grazie 

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