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Lascia Perdere #109

Sommario

Lascia perdere


  • Annie Duke, giocatrice di poker professionista ci spiega nel saggio Lascia Perdere, edito da Egea, di come sia importante abbandonare strategicamente certe strade.
  • Cambiare mentalità nei riguardi dell’abbandono può diventare cruciale nel tuo percorso personale, alune strade è meglio abbandonarle il prima possibile, anche se non risulta così facile
  • Nel podcast di oggi capiamo perchè ci impuntiamo su strade che ci consumano, e come si fa a cambiarle.

Trascrizione del podcast

Anni fa un caro amico mi invitò a fare un’escursione in montagna con un gruppo di persone che aveva cominciato a frequentare. 

L’obiettivo era raggiungere una vetta neanche troppo alta. Prima però era necessario arrivare presso un rifugio, prendere fiato e poi tentare di arrivare su in cima. 

Una gita in montagna

Giunti al punto di incontro, per mia sorpresa, mi trovai davanti a un gruppo di esperti montanari, non di persone rilassate. Tutti attrezzatissimi: giacche e pantaloni tecnici, scarponcini fiammanti, racchette per la neve, bastoncini da trekking. In media avevano 600-700 addosso. 

Io avevo un paio di jeans strappati sulle ginocchia, scarpe da tennis, una tuta dell’Adidas — gialla, tra l’altro. 

A un certo punto si avvicina il capo spedizione, quello a cui tutti facevano domande: “Ma ce la facciamo ad arrivare su? Quanto ci mettiamo, Ubaldo?” A questo  cade l’occhio su di me. 

Mi guarda e dice: “Uè, ma dove devi andare tu così?”

Io lo guardo, non dico niente, e faccio un passo verso di lui, sento la mano del mio caro amico sulla spalla e lascio scorrere. 

Si parte. Arriviamo al rifugio, prima tappa del viaggio, e Ubaldo si rivolge al gruppo: “Chi vuole salire su?”


Solamente tre impavidi su quindici decisero di seguire il leader. Gli altri si piazzarono davanti al camino con una birra e una salsiccia — cosa che avrei dovuto fare pure io — ma volevo fargliela vedere a questo. Quindi vado.

Partiamo in cinque e mi snobbano subito. Vanno su con passo spedito e agile. Ma io, in quel periodo, ero molto allenato: non solo gli stavo dietro, ma non perdevo centimetri. 

Lì sopra però non era più trekking, o una piacevole passeggiata in montagna. Lì c’era neve, freddo, vento intenso. Che non ti permetteva di vedere nulla. Loro mettono le racchette, io infilo le mie scarpe da tennis nella neve.

A un certo punto Ubaldo dice al gruppo: “Basta, torniamo indietro. Non si può salire.”

Come la neve fino alle palle mi ha insegnato una lezione importante

E lì scatta il mio capolavoro di intelligenza.

Decido di proseguire da solo. Mi guardano come si guarda uno che sta per fare una cazzata, e io vado. A un certo punto ho la neve che mi arriva fino alle palle, vento, freddo, continuo da solo. Insisto. Persisto. Devo farcela. Volevo dimostrare a questi fenomeni del cazzo che con un paio di jeans e le Air Max io ci sarei arrivato. Come dice Maverick in Top Gun: non è l’aereo, è il pilota. 

Arrivo alla vetta in condizioni pietose. E in quella vetta non c’è niente, non si vede niente. Solo io, la neve e il vento. Scatto una foto per dimostrare di esserci arrivato anche se poi non interessava a nessuno e inizio a sentirmi un coglione.

Me ne vado subito, a velocità spedita, quasi correndo, riprendo il gruppo che stava scendendo e che mi guarda ancora più schifato. Vestito come un tamarro li supero, un puntino giallo nella neve. 

Arrivo al rifugio prima di loro, e mi ficco quasi dentro al camino: congelato, bagnato, tremolante. Ubaldo mi guarda con un aria mista tra stima e disprezzo.

Ho vinto. Gli ho dato una lezione o forse ne ho imparata una?

Sì, è vero, in fondo rosicavano. Ma la scelta giusta e responsabile era quella di Ubaldo, non la mia. Per quello la gente seguiva lui. Il suo nome deriva dal germanico Hugibald, che vuol dire spirito ardito  , me lo spiegò lui dopo, sapeva, da esperto montanaro, che ci sono delle regole e dei criteri per decidere se andare avanti o meno. E scelse di non portare su la sua squadra.

La regola delle 2 del pomeriggio

Pensate a quello che succede sul monte Everest. 8.848 metri, la vetta più alta del pianeta. Non richiede solo forza e resistenza, bensì una buona dose di lucidità. E la lucidità, a quelle quote, è la prima cosa che perdi.

Per questo motivo esistono delle regole. Una di queste è l’orario di rientro. In molte spedizioni, se non arrivi alla cima entro un orario stabilito — solitamente le due del pomeriggio — devi fare dietrofront: giri i tacchi e torni indietro.

Anche se la cima è lì. A pochi metri. La stai per toccare, sei quasi arrivato, senti di potercela fare. E forse ce la faresti anche. Ma il problema, a quell’altitudine, non è arrivare su: il problema è scendere giù vivo.

Una statistica sulle spedizioni mostra che tra gli alpinisti morti sopra gli 8.000 metri, la cosiddetta zona della morte, oltre la metà purtroppo perde la vita durante la discesa.

La montagna ha un prezzo. E ci insegna qualcosa di molto importante. Qualcosa che spesso facciamo una fatica tremenda a mettere in pratica. Qualcosa che Ubaldo sapeva benissimo, e che il tamarro di Cormano ha imparato anni fa, in quel giorno con la neve fino alle palle.

Annie Duke -Lascia perdere

Benvenuti a Libri per il Successo – crescita personale da strada, episodio 109. Un podcast di Davide Mastrosimone. Se volete ulteriori informazioni vi esorto a visitare il mio sito www.libriperilsuccesso.com trovate un video corso sul linguaggio del corpo accessibile inserendo la propria mail, le informazioni sui percorsi personali, le formazioni e il libro Sette Colpi di Machete.

Prendiamo spunto dal saggio di Annie Duke intitolato Quit, versione in italiano-  Lascia perdere. Consigliato da un fedele ascoltatore di vecchia data: il caro Federico.

C’è una specie di fobia nel sentirsi dire — o nel dire a se stessi — di abbandonare qualcosa. Chi abbandona è un perdente, è uno che vale poco. Un codardo. Uno scansafatiche. E via dicendo. 

Abbiamo una tendenza culturale molto forte che ci porta a glorificare la perseveranza in modo assoluto.

Nella vita reale le cose sono più complesse. Ci sono situazioni in cui insistere è giusto, e altre in cui insistere peggiora le cose. Ci consuma.

Eppure la capacità di abbandonare ciò che non va è uno strumento potentissimo da aggiungere al nostro arsenale. 

Smettere non è fallire. Smettere, spesso, è decidere bene.

Per questo è utile cambiare prospettiva: non pensare all’abbandono come a una resa, ma come a una scelta strategica. 

Abbraccia il potere dell’abbandono

E qui entra in scena un dettaglio importante: Annie Duke, l’autrice del libro,  è una giocatrice professionista di poker. Per lei, saper abbandonare è una delle strategie più importanti. Primo principio del libro, abbraccia la possibilità dell’abbandono.  

Infatti l’autrice spiega come i giocatori inesperti tendano a restare dentro una mano troppo a lungo, perché si aggrappano alla speranza, all’ego, alla voglia di “recuperare”. 

Quelli più bravi, invece, sanno foldare, sanno uscire, sanno lasciare una mano quando capiscono che continuare non conviene. E non lo fanno perché sono deboli, ma perché sanno che la partita vera si gioca nel lungo periodo.

E questo è il punto: quello che vale in una mano di poker vale anche nella vita. In una relazione, in un lavoro, in un progetto, in una collaborazione. 

I costi sommersi

E qui entra in gioco una delle trappole più insidiose del nostro pensiero, il secondo principio del libro, i costi sommersi. 

In soldoni quello che ci succede è persistere in una scelta solo perché ci abbiamo già investito tanto. Tempo, soldi, energie, fatica, aspettative, emozioni. 

Pensiamo che fermarci significhi perdere tutto quello che abbiamo investito. Ma la realtà è che, molto spesso, quel costo è già stato pagato e non è più recuperabile. Continuare semmai, rischia solo di aumentare il danno.

Questo è evidente negli investimenti economici perché puoi quantificarli in soldi, ma vale ancora di più nelle scelte personali, proprio perché sono difficili da misurare. 

Pensa a una relazione che da tempo non funziona più, ma che continui a tenere in piedi solo perché ci hai investito anni della tua vita. 

Pensa a un lavoro che ti sta consumando, che ti logora la salute mentale e fisica, ma che non riesci a lasciare perché hai timore di quello che potrebbe succedere dopo. 

In questi casi non stai proteggendo il tuo futuro: spesso stai solo cercando di giustificare le scelte del passato.

Il problema dei costi sommersi è proprio questo: ti sposta l’attenzione da ciò che puoi ancora costruire a ciò che hai già perso. E così ti vincola. 

Ti fa prendere decisioni per difendere l’investimento già fatto, invece che per scegliere la direzione migliore da qui in avanti.

Per questo è fondamentale allenarsi a spostare lo sguardo verso le opportunità future. Ogni volta che resti bloccato in una strada che non funziona, non stai solo subendo il costo di quella strada: stai anche rinunciando ad altre possibilità. 

Tempo, energie e attenzione sono risorse limitate. Se le tieni imprigionate in qualcosa che non produce più valore, le stai togliendo a ciò che potrebbe funzionare meglio.

La flessibilità decisionale

Terzo principio: la flessibilità decisionale.

Spesso viviamo una decisione presa come qualcosa di irrevocabile. Come se dire sì una volta ci obbligasse a dire sì per sempre. Ma una decisione, soprattutto nella vita reale, è sempre legata alle condizioni del momento in cui è stata presa. E se le condizioni cambiano, è sano riconsiderarla.

Questo non significa essere incoerenti o inaffidabili. Significa essere attenti alla realtà. Tu puoi prendere una decisione corretta oggi sulla base di certe variabili, e trovarti tra un mese con variabili completamente diverse. In quel caso, rivedere la scelta non è un segno di debolezza: è un segno di maturità.

Allenarsi a questa flessibilità è più difficile di quanto sembri, perché tocca il nostro bisogno di apparire coerenti, di non deludere, di non fare brutta figura.

Per sviluppare una maggiore lucidità nel tempo, può essere molto utile anche tenere un diario delle decisioni.

L’idea è questa: quando ti trovi davanti a una scelta importante, annoti che decisione stai prendendo, perché la stai prendendo, quali fattori stanno influenzando il tuo ragionamento. 

Questo esercizio ha un grande valore, perché ti aiuta a capire i tuoi schemi mentali.

Guarda alle scelte importanti del tuo passato: perché ho scelto quella facoltà? Perché ho accettato quel lavoro? Perché ho insistito in quella relazione? Che cosa mi ha spinto davvero? Ambizione? Paura? Pressione esterna? Bisogno di approvazione?

Non si tratta di giudicarsi. Si tratta di capirsi meglio, per decidere meglio da qui in avanti. 

E arriviamo così a uno degli aspetti più pratici e più utili di tutto il discorso, e l’ultimo principio del libro che voglio condividere con voi. 

I kill criterias. Ovvero quando decidere di abbandonare

Creare un piano dell’abbandono, prima di iniziare. Attenti a questo particolare , si fa prima non durante. Si fa quando non sei ancora coinvolto e intossicato dai costi sommersi. 

Sembra controintuitivo, ma è un principio molto intelligente. Quando inizi un progetto, un percorso, una collaborazione o una nuova avventura, non dovresti chiederti solo “come faccio a farlo funzionare?”,ma anche: “quali sono i criteri che mi diranno che è il momento di fermarmi, cambiare strategia o uscirmene?”

Questo ti protegge dal continuare perché sei coinvolto, stanco, arrabbiato, orgoglioso, e non riesci più a valutare bene. 

O ti trascini e non scegli davvero di continuare, semplicemente rimani dentro per inerzia.

Avere criteri chiari, invece, ti restituisce lucidità. Ti permette di dire: 

“Se entro un certo periodo non vedo questi segnali, riconsidero la mia posizione.”

Ricordate l’Everest, se non arrivo in cima entro le 2 del pomeriggio, torno indietro. Non importa a che punto sono. 

Ho conosciuto persone di grande spessore, in ambiti molto diversi, e c’è una cosa che le accomuna: la capacità di cambiare strada senza vivere quel cambio come una sconfitta.

Conclusione

Saper abbandonare non significa diventare persone arrendevoli. Significa diventare persone più lucide. Significa smettere di misurare il valore di una scelta solo in base a quanto ci hai già investito, e iniziare a valutarla in base a dove ti sta portando. Significa alzare la testa. 

Non sto cercando di dirvi di mollare di più, ma mollare meglio. Riconoscere quando insistere è crescere, e quando invece è una forma elegante di auto-sabotaggio.

Sapete perché è cosi difficile abbandonare qualcosa? perché spesso quel qualcosa è parte di noi, abbandonarlo significa uccidere un pezzettino della nostra identità. 

Tuttavia persistere in situazioni che non funzionano non è un atto eroico, non vi rende forti,  vi stanca, vi spegne, vi allontana da voi stessi.   

Se stai continuando solo perché hai già camminato tanto, fermati. Respira. Guardati intorno. Ci sono altre strade. Altri panorami. Altre possibilità.  

Non tutto ciò che hai iniziato merita di essere finito. Ma tu meriti stare bene. Serve un pizzico di coraggio, e a volte il coraggio non è stringere i denti bensì abbandonare e cambiare direzione. 

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2 risposte

  1. Ottimo. Complimenti. Grazie per la pillola di saggezza. Concordo pienamente. Aspetto la prossima ed intanto vi auguro Buon lavoro e Buona Vita. Saluti Paolo

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