The Aladdin Factor
- Gli autori nel libro “The Aladdin Effect” affrontano tre argomenti
- Per quali motivi non chiediamo?
- Come vincere la paura del chiedere
- Cinque tecniche per chiedere meglio
Trascrizione del podcast
Cosa ti manca, davvero, per raggiungere un determinato obiettivo, o esaudire un tuo desiderio?
Pensa a quante volte hai perso delle occasioni. Un’opportunità di lavoro. Un prezzo migliore, che avresti spuntato solo aprendo bocca. Quel no che ti sei dato da solo, in anticipo, per non rischiare di sentirtelo dire da qualcun altro. Quella persona che ti piaceva tanto, a cui non hai mai chiesto di uscire — e che poi ha detto sì a un altro.
E se nessuna di queste situazioni fosse colpa della sfortuna? Se dietro quasi tutte ci fosse una causa sola, che riguarda te — Non hai chiesto.
Sommario
Noi viviamo come se camminassimo lungo un corridoio pieno di porte. Le crediamo chiuse a chiave. E quel pensiero, da solo, basta a trattenerci dal mettere la mano sulla maniglia e provare a girarla. Ma la maggior parte di quelle porte non è chiusa a chiave. È solo chiusa. E noi ci passiamo davanti tutta la vita senza mai provare a entrare in quelle stanze piene di opportunità.
In questo episodio proviamo a fare tre cose: capire perché non chiediamo, smontare la paura che ci blocca, e costruire un metodo per imparare a chiedere.
Questo è Libri per il Successo — crescita personale da strada, episodio 113, un podcast di Davide Mastrosimone. Prendiamo spunto dal libro di Jack Canfield e Mark Victor Hansen intitolato The Aladdin Factor, il fattore Aladino, non penso sia mai stato tradotto in italiano.
Se volete ulteriori informazioni su questo podcast le trovate al sito www.libriperilsuccesso.com
The Aladdin effect
Mi soffermo giusto qualche secondo per dare agli autori di questo libro il merito di essere e fare quello che scrivono.
Canfield e Hansen hanno scritto un famosissimo libro di crescita personale intitolato Brodo caldo per l’anima. Ma prima di vendere mezzo miliardo di copie, quel loro primo libro se lo sono visti rifiutare da centoquarantaquattro editori. Centoquarantaquattro no, prima di un solo sì. Un sì che ha cambiato le loro vite.
Chiedi e ti sarà dato, si suol dire, allora perché non lo facciamo?
Gli autori hanno individuato cinque ostacoli che ci trattengono dal chiedere, e conoscerli ci serve a evitarli, a superarli. Vediamoli uno a uno.
Non sappiamo cosa chiedere
Il genio della lampada non può leggere nel tuo pensiero: non ti dà quello che desideri, ti dà quello che formuli, che elabori con le tue parole. Infatti la prima barriera non è la paura, bensì il fatto che non sappiamo cosa chiedere.
Non sembra nemmeno un problema. Tornando alla metafora iniziale, è come se tante persone non fossero ferme davanti a una porta: sono ferme in mezzo al corridoio, perché non sanno che porta vogliono aprire.
Se tu dici “voglio stare meglio”, o “voglio guadagnare di più”, “voglio essere rispettato”, in realtà non stai dicendo niente. Questi desideri il genio non può esaudirli, perché non li capisce, non sono specifici, sono delle vibrazioni, sono delle emozioni che vuoi sentire come conseguenza a eventi specifici che fai fatica ad articolare.
Prima di avere coraggio, serve chiarezza: tradurre un desiderio in una frase specifica, in un ordine. Non ottieni quello che desideri nella vita, ottieni quello che sei in grado di chiedere con precisione. A te stesso e a gli altri.
Le nostre credenze
Secondo blocco: le credenze. E queste sono particolarmente problematiche, perché sono state installate dentro la nostra identità fin da bambini, e spesso non ci prendiamo mai il tempo di andare a controllare se erano vere.
“Non sta bene chiedere”, “chiedere è da maleducati”, ma la più drammatica è “non sono sicuro di meritarmelo, e quando me lo meriterò arriverà”. Sapete cosa arriva invece…sto cazzo.
Se te lo meriti, devi comunque chiedere. Il mondo non funziona con un riconoscimento automatico: anche se scatta qualcosa in te, anche se sei migliorato, non è scontato che si apra la porta del nuovo livello. La devi aprire tu.
Esiste in tutti noi questa fantasia morbosa che quando sarà il momento qualcuno arriva e ci dà quello che ci meritiamo. Se pensi questo, esiste il rischio che tu debba attendere a vita.
L’orgoglio
Terzo ostacolo: l’orgoglio. E questo, per esempio, mi tocca personalmente: ho delle difficoltà a chiedere. In parte significa ammettere che ti serve qualcosa che non hai, e questa ammissione può diventare insopportabile, la senti come una posizione di inferiorità, di difetto. Preferisco rimanere a mani vuote piuttosto che abbassarmi a chiedere: questa cosa l’abbiamo pensata tutti, o tanti.
“Faccio da solo”, “non ho bisogno di nessuno”, “piuttosto rimango senza”, sono tutte frasi fatte che condizionano le nostre scelte. Sembra indipendenza, sembra un carattere forte, in realtà è una barriera che ti taglia fuori da quello che vuoi. L’orgoglioso finisce solo.
La verità, seppur scomoda da accettare, è che chiedere è un atto di potere: stai muovendo il mondo verso qualcosa che desideri ottenere. Non chiedere per proteggere la tua immagine ha dei costi elevati.
La paura del rifiuto
Quarto ostacolo: la paura del rifiuto. E qui ci cadiamo tutti: non chiedo perché mi diranno di no.
Facciamo un passo indietro. C’è da separare un no a una richiesta da un no verso di noi come persone. Il problema sta tutto qui: non lo separiamo, sentiamo i rifiuti addosso, sulla nostra pelle. “Mi hanno rifiutato”, non “mi hanno rifiutato una richiesta”. Quando chiedi un aumento e ti dicono di no, non ti hanno bocciato: hanno risposto a una proposta, in un momento preciso, con i vincoli di quel momento.
E c’è di più: quel rifiuto non è un verdetto sulla realtà, una verità sacrosanta, una fine. È solo l’opinione di una persona il giorno in cui tu hai chiesto, e quell’opinione non è una legge immutabile: si può cambiare, si può aggirare, si può portare a un’altra persona che la pensa diversamente. Tuttavia noi la trattiamo come una sentenza definitiva, come una macchia sul nostro destino. Non lo è. È solo il parere di una persona in un momento preciso.
Se tu non chiedi, il no è assicurato. Non chiedere non ti sta proteggendo dal rifiuto: te lo sta dando, te lo garantisce in anticipo. Stai scegliendo un no certo. È il peggior affare che esista.
La bassa autostima
Questo blocco deriva molto spesso dal quinto ostacolo: la bassa autostima.
Ci autorizziamo a chiedere solo cose piccole, un po’ meno di quello che vorremmo. Chiediamo in relazione a quello che noi pensiamo di valere. E tutto quello che sta sopra quel tetto da noi imposto, lo consideriamo roba per altri. Vedi uno che chiede più soldi, più spazi, più indipendenza, e la tua reazione, invece di essere “posso farlo anch’io”, è “lui sì che può permetterselo”. Fantoziano.
Non aspettare di essere degno di qualcosa per chiedere: l’autostima non è il biglietto di ingresso, è quello che ti danno all’uscita, la ottieni dopo la prova che hai superato.
Se chiedi di intraprendere un progetto difficile e ti permettono di farlo, quello che accade è che durante il processo tu impari, cresci e acquisisci autostima. Ma prima, l’unica cosa che hai a disposizione è chiedere di poterlo fare.
Dare è più piacevole di ricevere
Ora, prima di passare a come chiedere, e agli esercizi, voglio che ti immedesimi un momento in chi invece sta dall’altra parte del fiume, in chi riceve le richieste. Perché sono certo che in qualche momento della tua vita qualcuno ti ha chiesto aiuto, e molto probabilmente tu avevi una gran voglia di aiutare, di donare.
Perché ricevere è molto bello, ma dare è ancora più bello, e spesso le persone non hanno occasione di donare quello che sanno, quello che possono offrire, e appena qualcuno gli dà modo di farlo è plausibile pensare di trovare dall’altra parte qualcuno felice di aiutarvi.
Alle persone piace dare. Ma non possono farlo se nessuno chiede. Aspettano lì, con le mani piene, e nessuno bussa.
Non chiedere sembra un atto di rispetto. Non lo è.
E qui torna la metafora del titolo. Il genio ha un potere immenso, e non può usarlo finché qualcuno non chiede. Sta chiuso lì dentro, letteralmente inutile, ad aspettare.
Bene, ora andiamo ad analizzare 5 strumenti, per andare a chiedere nel modo giusto.
I 5 modi per chiedere meglio
La prima regola risolve la prima barriera. E lo abbiamo già visto, Chiedere con chiarezza, con precisione estrema. Una richiesta vaga è impossibile da esaudire. Se chiedi “un po’ di supporto”, “un aiuto”, “più considerazione”, stai mettendo l’altro nella condizione di doverti dire di no per forza — perché non sa cosa dovrebbe fare esattamente.
Se tu ora mi chiami al telefono e mi dici- Davide mi vieni a aiutare a casa ad agosto mi serve una mano. È ovvio che ti mando a fanculo. Ma se mi chiami, e mi dici, Davide, puoi aiutarmi mezz’ora giovedì pomeriggio a trasportare una lavatrice al terzo piano senza ascensore. Io ci vengo.
La specificità fa due cose insieme: costringe te a sapere davvero cosa vuoi, e rende semplice all’altro concedertelo.
Numeri, date, quantità, azioni concrete. Meno aggettivi, più sostanza. Quando una richiesta è così chiara che l’altro può eseguirla senza doverti fare domande, hai già fatto metà del lavoro.
Regola numero due. Chiedi aspettandoti il sì. Il modo in cui chiedi comunica, prima ancora delle parole, se tu stesso credi di meritare un sì.
Se chiedi scusandoti, con la voce bassa, con dieci giustificazioni prima della richiesta vera, stai già suggerendo all’altro la risposta. Stai dicendo: “so che è tanto, probabilmente è un no, ma ci provo”. E indovina cosa ti risponde.
Non è questione di arroganza. È questione di postura. Chi chiede aspettandosi il sì non è aggressivo: è semplicemente uno che considera la propria richiesta legittima. E la legittimità è contagiosa. Se tu tratti la tua richiesta come ragionevole, l’altro tende a trattarla allo stesso modo.
Se la tratti come un’imposizione o un qualcosa che ti vergogni a chiedere, tu gli stai dando il permesso di rifiutarla. La differenza pratica sta tutta qui: non chiedi “scusa per il disturbo, non so se è possibile, magari…”. Chiedi come chiederesti l’ora. Con naturalezza. Come se il sì fosse l’ipotesi di partenza, non la speranza.
Regola 3 — Chiedi alla persona giusta.
Questa è importantissima, per esempio nel mio lavoro. Se io voglio prendere una riunione, devo essere in grado di chiederla a chi ha bisogno o interesse in quella riunione e spesso questa persone è un individuo specifico in un’azienda di migliaia di persone, per tanto il lavoro grosso lo fai andando a cercare e trovare quella persona prima della richiesta. Gran parte dei no che raccogliamo nella vita arrivano da persone che non avrebbero potuto dirci sì comunque.
Chiediamo l’aumento a un capo che non ha budget. Chiediamo un cambiamento a chi non ha il potere di deciderlo. Chiediamo comprensione a chi non è capace di darla. E poi concludiamo che chiedere non funziona — quando il problema non era la richiesta: era l’indirizzo sbagliato.
Prima di chiedere, fatti una domanda: questa persona ha davvero il potere, le risorse e la posizione per dirmi sì? Se la risposta è no, stai sprecando la richiesta.
Individuare la persona giusta a volte richiede un passaggio in più: capire chi decide davvero, saltare l’intermediario, arrivare a chi ha la chiave. Se la trovi, le possibilità di aprile la porta sono molto alte.
Regola 4 — Chiedi e stai zitto Questa è la tecnica più potente, perché quasi nessuno la rispetta. Dopo che hai fatto la richiesta — quella chiara, quella specifica — ti fermi e te ne stai zitto. Non aggiungi, non spieghi, non ammorbidisci, non giustifichi, non riempi il vuoto.
Vi esorto a pensare non a se lo avete fatto ma a quando, perchè è una cosa molto comune, parlare dopo una richiesta rovina tutto: fai la domanda giusta e poi, per il disagio del silenzio, continui a parlare. E parlando comincia a negoziare contro te stesso. E dici cose del tipo “…però se è troppo va bene lo stesso.” “…magari possiamo vedere più avanti.” “…non è che sia cosi urgentissimo.” In tre secondi sputtani tutto.
Il silenzio dopo la richiesta è scomodo, e proprio per questo funziona: mette la palla dall’altra parte e ce la lascia. Chi parla per primo, dopo la richiesta, di solito perde. Fai la domanda. Poi chiudi la bocca e reggi il silenzio. Lascia che rispondano.
Regola 5 — Chiedi di nuovo.
L’ultima è quella che separa chi ottiene da chi si arrende: il primo no quasi mai è un no definitivo. Nella maggior parte dei casi è un “non così”, “non ora”, “non a queste condizioni”, “non ho capito bene cosa mi stai chiedendo”.
Ma noi lo trattiamo come una sentenza: ci giriamo, ce ne andiamo, e leggiamo quel singolo no come la conferma di tutte e cinque le barriere di prima.
Persistenza non significa rompere le scatole sulla stessa richiesta identica. Significa tornare cambiando qualcosa: la formula, il momento, la persona, le condizioni, le informazioni che dai. Ogni no ti dà dati — se lo ascolti invece di scappare puoi tornare più preciso e più forte sulla tua richiesta.
La verità è che moltissime cose nella vita non le ottiene chi chiede meglio. Le ottiene chi chiede di nuovo. Chi resta nella stanza dopo il primo no è già dentro un gruppo di persone molto più ristretto di quanto pensi.
Esercizi pratici
Vi lascio degli esercizi pratici da fare subito. Perché se ascolti e basta, questo diventa un’altro bel podcast che non ti cambia niente.
Prendi carta e penna e scrivi trenta desideri precisi. Non “stare bene” o “avere successo”: trenta frasi che un genio potrebbe eseguire.
Ti anticipo cosa succede, così non ti spaventi. I primi cinque volano: soldi, un viaggio, una macchina, roba scontata. Poi rallenti. Verso il dodicesimo cominci a fissare il muro. E verso il quindicesimo ti blocchi. Ecco: quel blocco è la chiave dell’episodio.
Perché non è che i tuoi desideri siano finiti a quindici. È che non li hai mai nominati. Passiamo la vita a ripetere “vorrei che le cose andassero meglio” e poi non abbiamo venti frasi precise da mettere su un foglio.
In questo modo provi sulla tua pelle, che la prima barriera non era la paura. Era la nebbia. Non chiedi perché non sai cosa chiedere.
Questa settimana chiedi tre cose piccole a degli sconosciuti. Per esempio al ristorante, chiedi se ti cambiano il tavolo. Cose piccole, per allenarti a chiedere in maniera precisa a gente che non conosci
Ora, ultimo esercizio, se stai rimandando una richiesta da tanto tempo, per qualcuna delle ragioni che abbiamo elencato sopra, scrivila, formula in modo preciso quello che desideri chiedere e a chi, e poi vai a chiedere, una volta fatto ricordati, stai zitto e reggi il silenzio
C’è una scena, alla fine dell’Iliade.
Achille ha ucciso Ettore, il campione di Troia, e ne tiene il corpo nel proprio accampamento. Ettore è il figlio di Priamo, il re di Troia. E questo vecchio — il re più potente dell’Asia, un uomo che ha eserciti, oro, mura, potere — di notte fa una cosa che nessun re dovrebbe fare.
Esce dalla città. Attraversa da solo la pianura. Entra nel campo nemico. Si infila nella tenda dell’uomo che gli ha ammazzato il figlio.
Si inginocchia. Prende le mani di Achille — le mani che hanno ucciso suo figlio — e le bacia. E chiede. Chiede una cosa sola: ridammi il corpo di mio figlio, che possa seppellirlo.
Dieci anni di guerra non avevano restituito niente a nessuno. La forza non aveva funzionato. Le mura non avevano funzionato. L’esercito più grande del mondo, davanti a quel corpo, non poteva niente.
E allora restava un’ultima cosa da provare. L’unica che nessuno aveva ancora usato: chiedere.
Priamo chiede. E Achille — l’uomo più duro del poema — piange, e glielo restituisce. E guarda bene perché piange: non di rabbia. Piange perché finalmente può fare l’unica cosa umana che gli era rimasta. La richiesta di Priamo restituisce ad Achille la sua umanità. Chiedendo, Priamo gli dà qualcosa.
Tremila anni fa, un poeta aveva già capito tutto. Dove il ferro fallisce, a volte una richiesta riesce. Non perché sia magia. Perché chiedere apre delle porte che a volte nemmeno la forza può sfondare.
Quindi la prossima volta che ti dici “non posso chiedere questa cosa, è troppo” — ricordati di quel vecchio, in ginocchio, nella tenda dell’assassino di suo figlio, che chiede lo stesso. Se ce l’ha fatta lui, con quello che aveva da chiedere e a chi doveva chiederlo, quell’aumento, quella collaborazione, quella conversazione che rimandi da mesi — puoi chiederla anche tu.
Le porte del tuo corridoio sono chiuse, ma non a chiave. Gira la maniglia.
Grazie